03.4 Microcosmi virali
Microcosmi virali: l'identità visiva del sovraffollamento di Hong Kong. Il quarto contributo del numero "miniature", di Vittoria Mazzieri
“Una cacofonia visiva. Linee verticali e orizzontali ripetute all’infinito, o forme varie che cozzano all’interno di una inquadratura”.
Quasi tre anni fa esatti il magazine online Mine Studio ospitava un mio articolo che iniziava così. Gli spazi protagonisti di questa cacofonia visiva sono le aree popolate e i distretti affollati che si estendono da Kowloon, la penisola che costituisce la parte settentrionale di Hong Kong, a Hong Kong Island, l’area insulare a sud con i grattacieli più iconici e una densità abitativa di oltre 16 mila abitanti per km² (nel 2020, quella dell’intero territorio hongkongonese era di 7.140 persone per km²).
Hong Kong è abituata a questa dimensione visiva già da prima che il Canale attraverso cui la comunicazione avviene diventasse l’ecosistema dei social network, con le sue esigenze aesthetic. Le sue strade affollate, le insegne al neon e i cha chaan teng 茶餐廳, le iconiche caffetterie hongkonghesi a prezzi popolari, sono stati raccontati dal cinema che ha reso Hong Kong una meta di culto per la produzione cinematografica, raggiungendo il suo picco quando la città è ancora sotto dominio britannico.
Tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, l’industria del cinema di Hong Kong gode di una popolarità sorprendente, con una produzione media annuale di circa duecento film. In questi anni, lo spazio ritorna come tema ricorrente, in particolare nel cinema di Wong Kar-wai, regista di film cult come Hong Kong Express. Le ambientazioni urbane giocano un ruolo cruciale: vicoli stretti, mercati affollati e luci neon non si limitano a fungere da sfondo, ma diventano veri e propri personaggi. Lo spazio claustrofobico, i contrasti dei colori saturi e le inquadrature angolate narrano il senso di malinconia e di solitudine dell’animo umano.
Con l’avvicinarsi dell’Handover, il trasferimento ufficiale di sovranità alla Cina avvenuto il 1° luglio 1997, addetti al settore e non solo iniziano a sollevare preoccupazioni sul futuro di un’industria, quella cinematografica, che in realtà sta già perdendo slancio. Si teme un maggiore ingerenza di Pechino, che potrebbe limitare la libertà creativa o ostacolare la conservazione della lingua e della cultura. Tuttavia, in quel periodo, “il cinema di Hong Kong stava già perdendo quote di pubblico locale, a favore dei film hollywoodiani, e anche la sua popolarità oltremare si stava indebolendo”, si legge in una scheda sul tema pubblicata dal sito del Far East Film Festival, rassegna tra le più importanti in Europa dedicate al cinema asiatico (l’edizione di quest’anno si svolge dal 24 aprile al 2 maggio).
Nuovi generi emergono in sostituzione di quelli in declino, tra cui quello delle arti marziali. Tra i film che segnano una cesura, più o meno consapevole, con la tradizione cinematografica precedente c’è Made in Hong Kong, diretto da Fruit Chan: una pellicola indipendente che raccoglie e rielabora elementi dei film d’azione, introducendo al contempo un nuovo sguardo sull’identità personale -quella di un giovane immerso nella microcriminalità, inquieto e inconcludente.
Made in Hong Kong è anche un film che racconta il senso di straniamento e di angoscia collettiva legato all’Handover. Fruit Chan riesce a dare voce agli abitanti delle periferie e delle case popolari, indagando i disagi generazionali e le condizioni di indigenza ed evitando ogni rischio di romanticizzazione. Ne emerge una Hong Kong sovraffollata, confusa, decisamente punk.
Questa digressione sul cinema nasce spontanea se si prova a indagare perché Hong Kong si sia prestata in maniera così naturale alle esigenze dei souvenirs fotografici. “La città è lo scenario perfetto per un film”, recita lo slogan del sito ufficiale del dipartimento del turismo hongkonghese, dove un’intera sezione è dedicata a guide di viaggio a tema cinematografico, persino suddivise per generi.
La realtà è che lo sviluppo urbanistico di una città così peculiare, dotata in un porto naturale - il significato del suo nome è “porto profumato” (香港,Heung-gong in cantonese, Xianggang in mandarino) - ha da sempre affascinato lo sguardo, più o meno attento, di chi la osserva. Hong Kong è una delle aree più densamente popolate al mondo. Della sua superficie totale di 1.111 km², oltre il 75% è costituito da aree non edificate o non destinate allo sviluppo, principalmente parchi naturali e bacini idrici. A partire dal boom demografico degli anni Cinquanta, si è dovuto attendere fino agli anni Settanta perché inizino a svilupparsi nuove aree di costruzione. Nel frattempo, la maggior parte della popolazione si concentra nelle zone costiere.
Dal punto di vista spaziale, gli edifici esistenti non sono abbastanza grandi per soddisfare il fabbisogno abitativo dell’epoca. Un’ordinanza del 1955 permette la costruzione di edifici fino a nove piani senza ascensore, segnando l’inizio di una crescita verticale sempre più marcata. Si apre così l’era dei composite building: tra il 1959 e il 1979 ne vengono costruiti oltre 1.500, molti dei quali superano i quindici piani. I più grandi arrivano a ospitare più di diecimila abitanti in un agglomerato di negozi, fabbriche, templi, cliniche, asili nido, dormitori. Pensati come proiezione della società consumistica per la nascente classe media, questo tipo di edifici sono tradizionalmente caratterizzati da balconi a sbalzo e angoli arrotondati
Gli angoli hanno una storia tutta loro. “Sono semplicemente la prosecuzione dei marciapiedi in quelle che in origine erano le verande degli appartamenti”, ha spiegato Lee Ho Yin, professore di architettura e tra i fondatori dell’Architectural Conservation Programme (ACP) dell’Università di Hong Kong, che nel 2016 ha tenuto una conferenza sul tema. Per ricavare nuovo spazio, sempre più balconi vengono chiusi, spesso con la tolleranza delle autorità.
Ad oggi si stima che in città ce ne siano più di 50 mila. Un mosaico vivente, una rappresentazione concreta di cosa accade quando alla cronica scarsità di superficie edificabile si somma una crescita demografica che per decenni ha registrato una rapida espansione. Oggi Hong Kong registra uno dei tassi di fecondità più bassi al mondo, ma la popolazione continua a crescere per i flussi migratori in entrata.
L’incendio del complesso residenziale di Wang Fuk Court del novembre 2025, che ospitava quasi 4.800 residenti distribuiti in otto torri, è servito da terribile monito dei rischi legati a una situazione abitativa così fragile, dove la vita è costretta in spazi molto ristretti, all’interno di veri e propri villaggi verticali. I corridoi comuni ostacolano le evacuazioni, le vie di fuga risultano spesso insufficienti.
L’alta densità abitativa e la speculazione immobiliare hanno prodotto risultati stupefacenti, microcosmi che ad oggi sopravvivono come ricordi mitizzati e cristallizzati in cartoline e pannelli illustrativi. La Walled City a nord-est di Kowloon è stato un insediamento che deve il suo nome al blocco compatto di edifici addossati gli uni agli altri. Secondo certe stime in un certo periodo ha ospitato 33 mila abitanti, altre arrivano fino a 50 mila, stipati in un’area di appena 0,02 km² e condannati a una semi-oscurità permanente, poiché l’eccessiva densità edilizia ostacola alla luce naturale di raggiungere i livelli inferiori. Nel 1898, l’area è esclusa dall’accordo che consegna per 99 anni ulteriori territori di Hong Kong all’amministrazione britannica, diventando di fatto un’enclave cinese. I britannici ne rivendicano il controllo una ventina di anni dopo, ma l’aumento di immigrati e lavoratori a basso reddito ha già trasformato la zona in una realtà densamente popolata e in una meta tanto problematica quanto curiosa per visitatori e osservatori. Il massiccio afflusso di migranti in fuga dalla guerra civile cinese fa il resto.
“Non c’è mai stata una guida o una pianificazione dall’alto su come il luogo dovesse essere. È cresciuto come una risposta organica alle esigenze della gente”
ha detto a Business Insider Greg Girard, fotografo che trascorre anni a indagare le dinamiche interne della Walled City, prima della sua demolizione nel 1994. La classe operaia hongkonghese accorre nella “città murata” per la varietà dei servizi offerti a basso costo. Di sera, i residenti fuggono l’umidità e il buio dei piani inferiori salendo sui tetti per svolgere attività quotidiane e di svago. Un ecosistema funzionante e in continua evoluzione, ma intollerabile per il governo. I piani per la demolizione vengono emanati a più riprese già alla fine degli anni Ottanta, gli abitanti ottengono risarcimenti monetari e vengono sfrattati, pur non senza proteste, e il luogo scompare.
A meno di un anno dalla demolizione, le autorità di Hong Kong avviano progetti di riqualificazione che prevedono la costruzione di un parco che preservi l’eredità culturale della “città murata”, dando ai nuovi sentieri e ai padiglioni i nomi delle vie della Walled City. Se fosse sopravvissuta al nuovo millennio, forse avrebbe conosciuto un destino simile a quello di altri contesti abitativi segnati da immigrazione e sovraffollamento, che ad oggi sono diventate loro malgrado spazi perfetti per le esigenze dei social media.
Negli ultimi anni, gli esiti della carenza cronica di alloggi a prezzi accessibili sono diventati virali sulle piattaforme digitali. I turisti restano affascinati dalla ripetizione delle forme, dallo sviluppo brutale degli agglomerati urbani e dal senso di straniamento che ne deriva. Luoghi di questo genere vengono inglobati negli itinerari del turismo di massa proprio perché non sono attrazioni convenzionali, come ha osservato l’architetto Kevin Mak King-huai al South China Morning Post. Li si può sperimentare in modo diverso, con più libertà.
Ecco allora che uno tra i tanti complessi residenziali costruiti negli anni Sessanta a Quarry Bay, distretto nordorientale di Hong Kong Island, viene annoverato tra le hidden gems dallo stesso dipartimento del turismo della città. I cinque blocchi formano una struttura a forma di E. In pieno stile composite building, i piani superiori sono residenziali, mentre i piani terra ospitano negozi di alimentari, ferramenta e altre attività. Entrare nel cortile significa sperimentare una sensazione di accerchiamento da parte di “mostruose” presenze di cemento: da qui il soprannome con cui è noto lo spazio, Monster Building. Nel 2014 lo spettacolo visivo ha attirato la troupe hollywoodiana del film d’azione Transformers: Age of Extinction. Il successo mondiale al botteghino ha poi generato un interesse turistico che i codici dei social media e la circolazione dei contenuti cosiddetti virali hanno contribuito ad amplificare.
“Se si entra nel cortile interno ci si accorge subito di due cose: di non essere l’unico turista con la reflex e lo sguardo all’insù, e di essere osservato dai residenti con espressione annoiata, se non quando infastidita”
ho scritto nel 2023 per Siamo Mine, poche settimane dopo esserci passata. Nel 2018 è comparso un cartello che esplicitava il divieto di fotografare la zona senza aver prima chiesto il consenso, al fine di proteggere la privacy degli abitanti. Ma limitare l’accesso a chi vuole “instagrammare” il luogo si rivela, nella pratica, uno sforzo per lo più vano.
L’impatto in termini sociali e ambientali dei flussi turistici consistenti è oggi al centro di dibattito, qui come altrove nel mondo. Le criticità si intrecciano con le denunce della progressiva scomparsa della identità di Hong Kong come laboratorio politico e culturale, soprattutto dopo l’introduzione della controversa Legge sulla sicurezza nazionale nel giugno 2020: il dibattito pubblico si è ridotto drasticamente, molti attivisti sono stati arrestati e alcune testate giornalistiche sono state chiuse con la scusa di contrastare la diffusione di fake news e “contenuti sediziosi”.
“Il cambiamento politico sta eclissando una realtà complessa costituita da storie di migrazione e convivenza, potere economico e contese finanziarie, stratificazioni storiche e spiritualità ancestrale”
recita il testo di presentazione di L’eclissi di Hong Kong (Add Editore, 2022), scritto da Ilaria Maria Sala, giornalista italiana che vive a Hong Kong da molti anni.
Ad oggi la metropoli si presenta come un centro finanziario globale in una versione più ripulita, decorosa, presentabile ai turisti e agli investitori. Ma l’impatto del sovraffollamento - anche turistico – resta evidente. L’ultimo “stress test” a cui sono state sottoposte le aree naturali di Hong Kong risale allo scorso febbraio, durante le festività per il Capodanno lunare. Secondo quanto riporta Hong Kong Press, i soli arrivi dalla Cina continentale nei nove giorni di vacanza sono stati 1,43 milioni. Da tempo, nei periodi di alta stagione, aree sensibili come Sharp Island, parco UNESCO promosso dall’ente turistico della città come una delle “migliori zone per lo snorkeling” subiscono danni significativi. Le promesse del capo dell’esecutivo John Lee — che ha parlato della necessità di studi sulla capacità di carico delle aree naturali e dell’ampliamento dei parchi marini a accesso limitato — non si sono ancora tradotte in misure concrete per la tutela degli ecosistemi.
Se ci si sposta ancora sulle aree fortemente urbanizzate, dal punto di vista del turismo occidentale questo senso di eccezionalità attribuito alle dinamiche asiatiche assume contorni marcatamente orientalisti. Spinge il turista europeo o statunitense a guardare all’Asia con un interesse mistico o spirituale, oppure aspettandosi di trovarsi di fronte a realtà incomprensibili, “altre”, eccezionali, talvolta perfino distopiche.
Un ruolo, in questa costruzione dello sguardo, è giocato anche dal trend noto come “Chinamaxxing”, che negli ultimi mesi ha visto la Generazione Z occidentale, soprattutto statunitense, elogiare online la cultura e lo stile di vita cinesi. “Siamo ormai tutti cinesi”, ripetono i content creator su Instagram, ignorando — come hanno sottolineato in molti, in particolare figli di migranti cinesi cresciuti in Occidente — anni di discriminazioni e stereotipi subiti. Il risultato è un rinnovato interesse verso la Cina, anche in chiave turistica.
Per concludere, è utile considerare un ulteriore Canale, quello propriamente cinese. L’economia zhong cao (种草), letteralmente “piantare l’erba”, è da anni un concetto centrale nel mondo dei social media e del marketing, traducibile con il termine inglese “seeding”: una strategia che consiste nel creare e diffondere prodotti o contenuti affidandosi alla raccomandazione di influencer e di altri utenti che condividono le proprie esperienze reali. Il tema è affrontato in maniera chiara da Gateano di Gesu, autore del secondo contributo di questa newsletter. A differenza di Instagram, che opera sulla logica della vibe, Xiaohongshu (nota anche in Europa e negli Stati Uniti come RedNote) “è strutturalmente actionable, orientata all’azione, alla raccomandazione verificabile, al consumo immediato. Non ci si limita a guardare uno spazio; lo si cerca, lo si raggiunge, lo si verifica di persona, e la verifica è essa stessa contenuto da pubblicare”.
Si arriva a Hong Kong, si cerca un edificio denso e visivamente impattante, si crea un contenuto. I luoghi preferibili sono quelli che sembrano riscrivere le leggi che governano la distribuzione dei corpi nello spazio, esiti concreti di crisi abitative rese ancora più acute dalla crisi climatica. Se sulla carta la città è una delle più ricche al mondo, molto famiglie a basso reddito sono costrette a vivere in alloggi di fortuna a causa degli affitti alle stelle e della cronica carenza di alloggi popolari.
Secondo le stime riportate dalla CNN, oltre 220 mila persone vivano in “case gabbia”: unità abitative suddivise, oppure strutture abusive costruite sui tetti degli edifici. In alcuni casi — come denuncia l’organizzazione no-profit Society for Community Organization (SoCO) — gli spazi disponibili si riducono a appena 1,4 metri quadrati. Chi vive in queste unità deve spesso condividere cucina e bagno con 15, 20 o persino più di 30 famiglie. Le città sovraffollate, e in particolare questi spazi costruiti con materiali edilizi di base come le lamiere, risultano inoltre sproporzionatamente più caldi a causa dei cambiamenti climatici, soprattutto in regioni subtropicali come Hong Kong.
Vittoria Mazzieri è editor e autrice del collettivo giornalistico China Files. Si occupa di gig economy, politiche del lavoro e diritti sociali in Cina e Asia. Ha scritto per Il Manifesto, Siamo Mine, Valigia Blu, Sinosfere e la newsletter Il Partito





